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“Quando le rane erano blu” (5/10 anni)

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La storia che vi raccontiamo
speriamo vi possa piacere
racconta di un piccolo gnomo
a cui non piacevan le pere.
Fin da quando era bambino
la mamma gliele preparava
crude cotte o col vino
lui sempre le rifiutava.
Un giorno mentre passeggiava
in mezzo a un boschetto di pioppi
lo gnomo vide una rana
che aveva le lacrime agli occhi
Disperata la rana piangeva
perché più non riusciva a saltare
lo gnomo vedendola triste
le disse: “Ti posso aiutare?”
La rana disse allo gnomo:
“una pera io devo mangiare
tu valla a cercare per me
perché io ritorni a saltare”.
Agli animali del bosco
la pera chiedi così
“piru paru perì
ti prego una pera portami qui”
Ad un micetto piccino
lo gnomo domandò così
“Piru paru perì
ti prego una pera portami qui.”
Il gatto rimase in silenzio
e per un pochino pensò
Poi disse allo gnomo “Mi spiace,
ma una pera io proprio non l’ho.”
Poi chiese lo gnomo a una mucca
Che per caso passava di lì
“piru paru perì ti prego una pera portami qui”.
La mucca commossa rispose
con l’ultimo filo di voce
“La pera che tu stai cercando
io proprio non l’ho, mi dispiace”.
Poi un gallo lo gnomo incontrò
e pregandolo chiese così
Piru paru perì
ti prego una pera portami qui”.
Il gallo assai dispiaciuto
gridò:”Maledetta sfortuna”
ma di pere in vita sua
non ne aveva mai avuta nessuna.
Quand’ecco vicino ad un cespuglio
che un momento prima non c’era
D’un tratto così, all’improvviso
apparve una magica pera.
Lo gnomo tornò dalla rana
gridando come un disperato:
“Rallegrati amica mia
una magica para ho trovato”
La rana la pera mangiò
Tutta quanta in un solo boccone
e a un tratto su lei cominciò
una magica trasformazione.
La pelle diventò verde
e non smise più di saltare
tanto che da quel giorno
fece senza mangiare altre pere.
Da allora le rane son tutte
come noi le conosciamo
E tutte ringraziano ancora
La magica pera e lo gnomo.
Lo gnomo da allora ha imparato
quanto buone sian pure le pere
e quando le mangia ogni tanto
prova come una rana saltare.

“L’Acrobata” (6/99 anni)

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Carissimi amici bambini, la storia che racconto l’ho letta coi miei occhi da un libro che ho trovato ieri in farmacia. Lo so, adesso voi  con la vocina cantilenante mi direte: “ma non si troooovano libri in farmacia”. Mi dispiace contraddirvi ma questo libro che anche voi state leggendo io l’ho trovato proprio lì.
Ieri pomeriggio tra le quattro e mezza e le cinque sono andato alla farmacia sotto casa a prendere lo sciroppo per la tosse per mia nonna Eustemia, che c’ha sempre mal di gola, e  se vado a farle la spesa mi dà la mancia.
Beh, ieri pomeriggio, dicevo,  sono arrivato in farmacia e, dato che c’era una lunga coda di persone che aspettavano davanti a me, ho curiosato un poco in giro ed ho scoperto che nelle farmacie ci sono cose mooolto curiose e un po’ strane: in uno scaffale ho trovato una scatola di pastiglie contro la poca voglia di andare a scuola, in un altro uno sciroppo per chi non si ricorda la tabellina del 7 ed uno per chi non sa allacciarsi le scarpe, in una vetrina uno strano dentifricio alla panna montata e in una mensola una pomata per starnutire con le orecchie. In mezzo a tutta quello strano miscuglio di stranezze c’era questo libro tutto spiegazzato, con le pagine sbiadite dal passare del tempo, e della polvere,  sulle parole e sui disegni. Il titolo era “L’acrobata” e l’aveva scritto un certo Taddeus Spernacchioni.
Visto che c’era ancora tanta gente in fila davanti al banco della farmacia, visto che comunque avrei dovuto aspettare un bel pezzo, visto che quel libro misterioso mi incuriosiva molto, visto che io quando sono incuriosito non capisco più niente….
Insomma per farla breve ho iniziato a leggere dimenticandomi totalmeeeeente dello sciroppo, della gola, della mancia e di mia nonna!

Quello era proprio un libro speciale.

Parlava di un certo bambino e della sua strana storia.
Quel bimbo si chiamava Paco, ma tutti lo chiamavano “Pachito tira drito” perché se si metteva in testa una cosa nessuno poteva fargli cambiare idea.
Abitava in una nave che viaggiava da tempo lungo l’oceano Pacifico.
Il suo papà, che si chiamava Pancho (di nome e di fatto), era il capitano di quell’imbarcazione. Era partito dieci  anni prima da Napoli per raggiungere il porto di Bombay in India, ma nella fretta si era dimenticato di portare con sé le carte navali e da allora continuava a sbagliare strada: una volta arrivava ad Istanbul, un’altra volta in Grecia, una volta in Egitto, e così via.
In una di queste soste sbagliate, Pancho aveva incontrato Pepita, una ragazza giovane e bellissima. I due si erano subito sposati e dopo appena un anno era nato il nostro Paco.
Pachito era nato in una notte di bufera al largo di Capo Blanco ed il fatto che fosse nato proprio lì  è molto importante: dice infatti la leggenda che “chi viene al mondo a Capo Blanco o è speciale oppure è stanco!”.
Fin da piccolo appunto, il nostro Paco (che era tutto fuorché stanco) possedeva un dono specialissimo: era in grado infatti di parlare la lingua di ogni animale. Con le scimmie parlava lo scimmiese, con la mosca il moschese, con il ragno il ragnese, con la balena il balenese.
Passava le giornate a chiacchierare con un delfino, a scherzare con una zanzara o a scambiarsi barzellette con un criceto (che si sa sono grandissimi conoscitori di barzellette e di proverbi)
Un giorno, a Pechino, durante una delle soste del lungo viaggio del padre, Pachito andò con i suoi genitori ad uno spettacolo del circo.
Il circo Lafolalonga, così chiamato dal nome del suo fondatore (Diomede Lafolalonga appunto), era il circo con più animali nel mondo: dal coccodrillo brillo al cammello con l’ombrello, dal leone col maglione alla mosca matrioska. Inutile dire che con tutti quegli animali il nostro Pachito non stava più nella pelle dalla voglia che lo spettacolo iniziasse e lo spettacolo iniziò subito con una parata di scimmie del Polo nord e di pinguini del deserto che giocavano a tamburello e si rincorrevano a vicenda.
In quello spettacolo Pachito vide gli animali più strani, ma la cosa che lo colpì di più e che gli cambiò la vita per gli anni a venire fu l’ultima esibizione della serata: spente quasi tutte le luci venne tirato un filo sottilissimo attraverso tutta la pista del circo, subito si sentì un rullare di tamburi che preannunciavano l’arrivo di qualcosa di veramente speciale. Si presentò in pista un vecchietto magro ed ossuto con una barbetta bianca e folta, piccolo di statura ed ormai quasi senza capelli. Tra lo stupore generale con un balzo si arrampico in alto fino a dove era stato appeso il filo e senza esitazioni ci saltò sopra.
Su quel filo tanto sottile da sembrare invisibile il vecchio acrobata iniziò a camminare prima, a saltellare poi e successivamente a roteare, danzare, tenersi in equilibrio sopra una mano, sull’altra e addirittura sul naso. Finito l’esercizio, come era salito, l’uomo scese dal filo con un agile balzo e ringraziò il pubblico che nel frattempo applaudiva fragoroso come se fosse allo stadio il giorno della partita.
Pachito nel frattempo era rimasto impietrito e paralizzato: non aveva mai visto un acrobata in vita sua e quel suo camminare a mezz’aria  quasi facendo il solletico al cielo l’aveva rapito e meravigliato come mai nulla aveva fatto prima.
Disse di slancio “voglio anch’io fare l’acrobata!”. La mamma e il papà sentendo queste parole si misero le mani nei capelli perché ricordavano bene che il loro “Pachito tira drito”, una volta presa una decisione, non avrebbe cambiato idea molto facilmente. Sperando che potesse aiutarli nel far ragionare il loro figlio testardo, portarono Pachito ad incontrare il vecchio acrobata direttamente nella sua roulotte.
Quell’uomo si chiamava Fausto Sodilacorda, si diceva che moltissimi anni prima fosse stato acrobata di corte del gran sultano d’Equinozia, inoltre era stato istruttore degli acrobati del circo reale del granduca di Svirgola oltre, naturalmente ad essere l’indiscusso più grande acrobata di sempre.
Quando vide Pachito ed i suoi genitori non poté trattenere un sussulto di gioia, prese in braccio il bambino e disse contento: “sono molto vecchio e stanco e da anni volevo ritirarmi; non l’ho mai fatto perché mai ho trovato un degno erede che prendesse il mio posto. Ora però sono contento perché ti leggo negli occhi e nelle orecchie un destino certo: tu un giorno diventerai il più grande acrobata del mondo!”
I genitori di Pachito stavano per mettersi a piangere, avrebbero voluto strangolare il vecchio acrobata che invece di sconsigliare il loro piccolo e testardo figliolo non aveva fatto altro che incoraggiarlo ulteriormente. Sapendo che a questo punto nulla avrebbe fermato il buon Paco dal suo intento chiesero al grande maestro di insegnare al bimbo l’arte dello stare appesi al filo.
Il buon Fausto Sodilacorda accettò e partì assieme a  questa strana famiglia sulla nave di Pancho col proposito di trasmettere al giovane allievo tutto il suo sapere.
Subito tra i due alberi che reggevano le vele della nave fu teso un sottile filo: “Questo filo, disse il maestro, diverrà la tua seconda casa!”
Il periodo dell’addestramento non fu facile per Pachito; gli esercizi del vecchio acrobata erano ogni giorno più difficili: doveva saltare la corda, fare capriole e salti mortali, doveva camminare diritto ad occhi chiusi, un giorno doveva rimanere sopra una gamba sola, un altro giorno doveva restare in equilibrio su una mano, un’altra volta ancora su un’orecchia o sul naso.
Bisogna ammettere che il nostro piccolo Paco ce la metteva tutta, ma proprio non riusciva ad imparare tutte le cose che il grande maestro gli insegnava.
Un giorno, tutto sconsolato, parlando con uno dei tanti pesci che vedeva dal ponte della nave disse: “Amico pesce come vorrei che per me fosse facile fare l’acrobata come lo è per te nuotare!” Il pesce lo stava a sentire e cercava di rincuorarlo con parole di conforto: “non ti abbattere caro bambino, vedrai che prima o poi riuscirai ad ottenere ciò che vuoi”.
Mentre i due si confidavano a vicenda passava da quelle parti il vecchio Fausto Sodilacorda che, vedendo che Pachito sapeva parlare agli animali, ebbe una idea a dir poco grandiosa:
“Ho trovato”, disse “saranno gli animali ad insegnarti come si fa!”
Da quel giorno ad ogni sosta, nei porti dei più svariati paesi del mondo, veniva caricato sulla nave un differente animale: dall’Egitto, arrivò a bordo una scimmietta, dall’Africa nera un leone, dalla Malesia una tigre bianca, dall’Inghilterra un topolino, dalla Florida due fenicotteri e dal mare aperto i delfini e i pesci volanti.
Tutti questi animali ogni giorno trasmettevano al piccolo Pachito le doti più importanti per diventare acrobata.
Dalla scimmietta Paco apprese come si fanno le acrobazie: per giorni interi volteggiò insieme a lei facendo salti mortali tra le vele e l’albero della nave.
Dai pesci volanti e dal delfino imparò l’agilità e la leggerezza, e con loro per una settimana nuotò, si tuffò, galleggiò, si immerse e sbucò fuori dall’acqua con salti sempre più alti e leggiadri.
Il topolino invece gli insegnò ad  essere rapido e dalla tigre imparò la forza: insieme a loro infatti corse per un mese su e giù per tutta la nave, dal ponte fino in coperta, tra le casse della stiva, sulle funi , sulle corde e sulla catena dell’ancora. Inoltre era diventato così forte che ora riusciva a pilotare il timone della nave da solo come faceva suo padre.
Infine gli furono trasmessi il coraggio dal leone e dal fenicottero, naturalmente, l’eleganza.
Alla fine di questo addestramento Pachito era così bravo che riusciva a volteggiare sul filo teso anche nonostante il dondolare della nave in mezzo alle onde del mare.
Ora a Pachito mancava solamente un circo in cui potersi esibire. Questo problema però era davvero molto serio e complicato da risolvere: chi avrebbe preso nel suo circo un bambino così piccolo e, soprattutto, in un circo normale Pachito avrebbe dovuto girare per il mondo lasciando la nave e, cosa assai più grave, il suo papà e la sua mamma.
Per giorni se ne stette tutto triste e sconsolato sul filo teso tra le vele della nave e come lui anche i suoi genitori ed il vecchio acrobata se ne stavano zitti e pensierosi.
Un bel mattino di sole, un gabbiano che stava svolazzando in quei paraggi si fermò a riposare sul ponte della nave. Non era la prima volta che ci si fermava sopra, infatti aveva spesso incontrato la famiglia di Paco e con lui aveva si era divertito a chiacchierare in più di un’occasione. Quel giorno però si stupì nel vedere che invece della solita aria di festa, che tante volte aveva trovato, a bordo c’erano solo tristezza e musi lunghi. Chiese preoccupato se fosse successo qualcosa e Pachito gli spiegò che tutti erano tristi perché ora, dopo tante fatiche, lui era diventato un acrobata, ma senza circo.
Il gabbiano rise e disse: “Sono anni che navigate in giro per il mondo senza arrivare mai alla vostra meta, trasformate la nave in un circo galleggiante e così resterete sempre insieme!”
Questa era davvero l’idea del secolo!
Un circo galleggiante che si spostava in giro per il mondo, dove avrebbero potuto esibirsi gli animali che erano già a bordo e dove l’attrazione principale sarebbe stata il Piccolo Grande  Acrobata Pachito!
Dopo giorni di preparativi la nave fu coperta da un tendone e sul ponte furono sistemate sedie in abbondanza.
Il primo spettacolo si tenne al porto di Zanzibar in una calda serata di aprile.
La mamma vendeva i biglietti ed il papà faceva il presentatore.
Sulla barca salirono tantissimi spettatori incuriositi dalla notizia di questo giovane acrobata che aveva imparato la sua arte direttamente dagli animali.
Questa notizia doveva aver fatto davvero colpo perché dalle foreste, dal cielo e dal mare oltre ai normali spettatori giunse a bordo anche una moltitudine di animali per vedere quel piccolo fenomeno. Ognuno nel suo linguaggio diceva forte: “Viva viva il buon Pachito, il nostro acrobata preferito”.
Nella penombra di un solo riflettore apparve Paco concentrato e serio.
Salì con un balzo sull’albero della nave cui era legato un capo della fune, inizio a toccarla con un piede, poi a piccoli passi a camminarci sopra mentre tutto il pubblico, umano ed animale, tratteneva il fiato. Un attimo di silenzio generale poi all’improvviso….una capriola, poi due e subito un salto mortale. Una piroetta, un balzo in aria per atterrare su un gomito, due passi avanti e tre indietro, quattro giravolte ed un piccolo balletto.
Gli spettatori rimanevano a bocca aperta: sembrava che il buon Pachito li avesse rapiti e portati tutti quanti lassù in alto con lui, sopra quel sottilissimo filo teso. Lo seguivano tutti, con gli occhi che non potevano staccarsi, volteggiare leggero come una libellula, elegante come un fenicottero ed agile come un topolino. Poi all’improvviso un imprevisto: all’ultimo atterraggio il filo smise di sostenere il corpo di Paco e si spezzò in due parti!
Tutto il pubblico rimase impietrito e sconvolto, muto di fronte a quella sciagura inaspettata. Il papà e la mamma del piccolo artista non riuscirono nemmeno ad urlare per lo spavento. Il volto del vecchio acrobata era rimasto impassibile quando…
Prima ancora di cadere Pachito afferrò di scatto i due lembi spezzati e con una giravolta su se stesso li riannodò ritornando ben saldo sul filo ancora teso.
Applausi a non finire, grida di gioia e ammirazione, lacrime e balzi sulle sedie furono le reazioni di tutta la gente presente a quel prodigio.
Con calma Pachito ridiscese dalla fune con una piroetta. Subito i suoi genitori corsero ad abbracciarlo. Sollevandolo sopra di sé il vecchio maestro disse infine: “ecco a voi il mio erede: Pachito, il più grande acrobata del mondo!”.
Da quel giorno il circo galleggiante girò per i porti di tutto il mondo portando a tutti lo spettacolo mozzafiato del piccolo Pachito. Ogni sera la nave si riempiva di persone ed animali che accorrevano da ogni parte per vedere la grande attrazione.
Non ci credereste mai ma dopo due anni giunsero finalmente anche al porto di Bombay, in India, dove da anni il povero Pancho cercava di arrivare sempre senza successo. Per l’occasione fecero uno spettacolo speciale in cui insieme al giovane allievo si esibì per l’ultima volta nella sua carriera anche il vecchio maestro Fausto Sodilacorda.
Ancora oggi nei porti di tutto il mondo il nostro Pachito continua a volteggiare e a meravigliare tutti quanti, uomini o animali, vadano ai suoi spettacoli.

Ecco questo è quanto io ho letto in quel libro in farmacia. Quella storia mi ha talmente rapito che non mi sono nemmeno accorto che tutta la gente che mi precedeva in fila era già andata via da un pezzo.
Alla fine invece di comprare lo sciroppo ho comprato il libro e, la sera l’ho letto anche a mia nonna Eustemia: non le è passato il mal di gola, ma in compenso si è divertita molto.
A proposito: durante la notte l’ho vista in giardino in equilibrio sul filo dei panni stesi che diceva “anche io l’acrobata, anche io l’acrobata!”.
Mah, questo è uno dei tanti poteri delle fiabe!
Vi abbraccio tutti.

FINE

“L’uomo dalla barba d’oro” (2/6 anni)

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Prendete una bella faccia simpatica, due occhi grandi grandi come fette di salame, orecchie grosse per sentirci da lontano ed una foltissima e lunga barba … d’oro.
Questo era il ritratto di Eustacchio, l’uomo dalla barba d’oro.
Proprio così: uno, cento, mille fili dorati ricoprivano il viso di questo simpatico signore. Gli partivano dalle guance, folti e ispidi, per poi scendergli sopra e sotto le labbra e ancor più giù fino al mento, e poi ancora più giù.
Nelle giornate luminose, i raggi del sole facevano riflesso sui peli dorati della sua lunga lunga barba, tanto che lo si vedeva arrivare prima ancora che arrivasse in paese.
Eustacchio era l’ultimo discendente di una famiglia un po’ strana dove tutti avevano qualcosa di particolare: la mamma aveva le mani d’oro, il padre d’oro aveva le orecchie e, prima di loro, i nonni avevano tutti e due il naso d’oro!
Da anni i suoi genitori ed i nonni erano morti e lui, essendo solo al mondo, viaggiava di paese in paese a conoscere gente nuova.
Come potete immaginare, con tutto quell’oro addosso, il nostro amico era davvero molto molto ricco, pensate che solo un pelo della sua barba valeva più dei soldi di tutte le banche del mondo.
Da tempo però aveva deciso di dividere la sua ricchezza con chi non era fortunato come lui e quindi, in ogni paese dove andava, chiedeva se c’erano dei poveretti che non avevano nulla ed a loro diceva così:

 

NON TEMETE AMICI MIEI
ANCHE SE POVERI SIETE
CON UN PELO DI BARBA D’ORO
RICCHI VOI DIVENTERETE

 

UNO, DUE, UN DUE TRE
LA MIA BARBA GRATTO BENE
UNO A LUI ED UNO A TE
PER TUTTI UN PELO D’ORO C’E’

 

E così dicendo si grattava la barba, ne strappava qualche pelo d’oro e lo regalava ai poveretti, che da quel momento diventavano ricchi.
Un giorno arrivò al paese di Bragherotte, dove tutti gli abitanti erano così poveri che avevano tutti i pantaloni bucati dappertutto.
Arrivato in piazza in mezzo a tutta la gente Eustacchio disse:

 

NON TEMETE AMICI MIEI
ANCHE SE POVERI SIETE
CON UN PELO DI BARBA D’ORO
RICCHI VOI DIVENTERETE

 

UNO, DUE, UN DUE TRE
LA MIA BARBA GRATTO BENE
UNO A LUI ED UNO A TE
PER TUTTI UN PELO D’ORO C’E’

 

Detto questo regalò un pelo di barba, che bastava a diventare ricchi per tutta la vita, a ciascuno degli abitanti del paese e proseguì il suo cammino.
Via dal paese di Bragherotte, giunse al paese di Senzasoldi, dove la gente, che non mangiava da settimane, sgranocchiava i sassi per sfamarsi.
Anche qui l’uomo dalla barba d’oro disse:

 

NON TEMETE AMICI MIEI
ANCHE SE POVERI SIETE
CON UN PELO DI BARBA D’ORO
RICCHI VOI DIVENTERETE

 

UNO, DUE, UN DUE TRE
LA MIA BARBA GRATTO BENE
UNO A LUI ED UNO A TE
PER TUTTI UN PELO D’ORO C’E’

 

E subito regalò un pelo d’oro della sua barba a tutti.
Inutile dire quanto tutti furono felici e riconoscenti con Eustacchio. Tutto il paese commosso lo salutò quando lui riprese il suo viaggio.
Dopo qualche tempo Il nostro amico dalla barba dorata arrivò al paese di Nonc’èniente.
Qui gli abitanti davvero non avevano proprio niente, neanche i sassi da sgranocchiare, tanto che correvano tutti con la bocca aperta per mangiare almeno l’aria e magari riuscire ad acchiappare al volo qualche moscerino.
Senza perdere tempo Eustacchio, l’uomo dalla barba d’oro, si mise in mezzo alla piazza e radunata tutta la gente disse:

 

NON TEMETE AMICI MIEI
ANCHE SE POVERI SIETE
CON UN PELO DI BARBA D’ORO
RICCHI VOI DIVENTERETE

 

UNO, DUE, UN DUE TRE
LA MIA BARBA GRATTO BENE
UNO A LUI ED UNO A TE
PER TUTTI UN PELO D’ORO C’E’

 

Così detto donò come ormai tante volte già aveva fatto un pelo tutto d’oro ad ogni abitante del paese.
Anche qui tutti gli furono grati e lo ringraziarono contenti.
Un signore tra la folla disse all’uomo dalla barba d’oro: “Tu sei molto generoso, un giorno la tua generosità ti sarà ricompensata.”
Eustacchio ancora una volta partì contento di aver aiutato qualcuno grazie alla sa barba prodigiosa.
Purtroppo però la notizia di un uomo con la barba tutta d’oro aveva fatto il giro dei paesi ed era arrivata anche ai briganti che, in una notte senza luna, mentre Eustacchio dormiva nella foresta, con un rasoio, gli tagliarono la folta barba e gliela rubarono.
Quando al mattino Eustacchio si accorse del furto, scoppiò a piangere perché sapeva che la sua barba magica, al contrario delle barbe normali, non sarebbe più ricresciuta.
Con la sua barba speciale anche la sua ricchezza era sparita per sempre ed ora lui non aveva nemmeno un pezzo di pane per mangiare.
Affamato ed infreddolito vagava per la foresta solo ed impaurito.
Quando, senza nessun preavviso da un fungo blu apparve all’improvviso il mago Supergiù.
Questo era un mago famoso in tutto il mondo per le magie straordinarie che sapeva fare. Purtroppo però le sue non erano mai azzeccate. Ad esempio una volta, quando in un’estate di tanti anni fa c’era un caldo insopportabile, la gente chiese al mago Supergiù di far piovere per rinfrescare un po’ il clima. Lui fece piovere, solo che invece di far cadere dal cielo acqua, fece cadere yogurt e la cosa si risolse con una gran mangiata in compagnia.
Il nostro mago pasticcione vide che Eustacchio era disperato e, dopo essersi fatto raccontare tutto quanto dall’ormai ex-uomo dalla barba d’oro, decise di aiutarlo con una magia delle sue.
Eustacchio, che conosceva la fame del mago Supergiù, ma che non aveva altre possibilità, stette ad aspettare la magia con le dita incrociate ed una certa paura.
Supergiù disse con voce alta e un po’ tremante:

 

LA TUA STORIA HO SENTITO
E PER TE ORA FARO’
UNA MAGIA CON UN SOL DITO
E RICCO ANCOR TI RENDERO’

 

Un lampo rosa sconquassò l’aria e un fumo verde avvolse Eustacchio dai capelli alle dita dei piedi e poi…svanì assieme al mago Supergiù.
Eustacchio rimase solo ad aspettare che la barba d’oro ricrescesse.
Aspettò, aspettò, aspettò, e quando non aspettava, attendeva.
La barba però non ricresceva.
Stanco di aspettare, decise allora di fare due passi per sgranchirsi le gambe, ma al primo passo vide una cosa straordinaria!
I suoi piedi erano diventati tutti d’oro e qualsiasi cosa toccassero anche quella diventava d’oro: un sasso, un rametto, un ciuffo d’erba, una cacca di cavallo, persino la polvere. Tutto si trasformava in oro zecchino!
Di nuovo felice, Eustacchio gridò forte: “Grazie mago Supergiù!”, sicuro che, da qualche parte il simpatico mago pasticcione l’avrebbe sentito.
Da allora Eustacchio continuò a camminare per le strade del mondo, trasformando tutto ciò che toccava coi piedi in oro e distribuendo ricchezze ai poveri di ogni dove.
Certo da quel momento non fu più ricordato con il suo vecchio soprannome, ma come l’UOMO DAI PIEDI D’ORO!
Ed ancora cammina per tutte le strade: di campagna, di città, in discesa e in salita. E tra un passo dorato ed un altro la nostra storia ormai è già finita!

“Il leone nel pioppeto” (6/99 anni – fiaba per grandi e per piccini)

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Gentili bambini, gentilissime bambine, vi racconto una storia talmente strana da sembrare vera, talmente vera da sembrare strana.
Sono fatti accaduti non molto tempo fa, che tutti sanno, ma che nessuno ricorda e  chi se li ricorda… li mantiene segreti.
La storia si svolge proprio dalle nostre parti, in un bel paese che si chiama Pegognaga dove in un pioppeto in riva al fiume, non so quando, non so come, viveva tranquillo un leone.
Proprio così, le orecchie e gli occhi non v’ingannano, avete capito giusto e bene, proprio un leone viveva solitario e mansueto nel bel mezzo di un pioppeto.
Da anni abitava tra due pioppi ed un cespuglio ed in quel groviglio di rami aveva fatto la sua tana.
Era un leone molto buono e, non volendo mangiar nessuno, né un uomo, né una lepre o un fagiano, da tempo era diventato vegetariano.
Come tutti i leoni era davvero molto saggio e, come tutti gli animali della sua specie, anche lui era in grado di parlare.
Proprio così amici bambini, tutti i leoni, anche se l’uomo non lo sa, da sempre parlano. Eccome se parlano! Fanno discorsi importanti e molto colti sul mondo e sulla vita, ragionano sul perché e sul percome delle cose tanto che si potrebbe stare ore ed ore ad ascoltarli.
Purtroppo però, raramente si fanno sentire perché sono tipi molto riservati e inoltre perché, al contrario di molti uomini, i leoni, quando non hanno qualcosa di davvero intelligente da dire, stanno semplicemente zitti!
Tornando al nostro amico leone, lui se ne stava tranquillo  e solitario fra gli alberi in riva al fiume, stando ben attento a non farsi vedere dalla gente del paese così da non spaventarla.
Un giorno però, Ernesto, un signore che si alzava sempre presto, mentre andava a lavorare, passando proprio per il pioppeto, vide il leone che sgranocchiava un bel mucchietto di foglie secche.
Tutto impaurito, prima che il leone potesse dirgli qualcosa, l’uomo scappò via a gambe levate e, tornato in paese radunò tutta la gente gridando:
“C’è un leone nel pioppeto! C’è un leone nel pioppeto!”
Tutti si misero ad urlare, chi scappava sotto il letto, chi scappava sotto un sasso e chi scappava… al gabinetto.
Si decise di mandare Salvatore il cacciatore per uccidere il leone con la sua mira da campione.
Salvatore il cacciatore era certo un buon campione, ma era anche un gran fifone e di corsa scappò via in tutt’altra direzione.
Andò allora Giovannino il ragazzo contadino con un pezzo di formaggio e tre pezzetti di coraggio.
Al leone si presentò e gli diede il formaggio, e il leone, che era molto educato, con un inchino gli disse: “Grazie a te amico mio”
Non vi dico lo stupore di Giovannino, il ragazzo contadino, quando sentì il leone parlare. Non credeva alle sue giovani orecchie, ma , invece di scappare impaurito, si sedette curioso di sentire cosa aveva da raccontare questo leone che parlava così bene.
I due rimasero a discutere per ore ed ore, fino a che Giovannino il ragazzo contadino dovette tornare a casa per la cena.
Tutto il paese lo aspettava, alcuni si sorpresero di vederlo tornare tutto intero, altri gli chiesero com’era andata.
Lui, tranquillo, disse solo:” I leoni parlano” ed andò a casa a mangiare.
A queste parole tutta la gente rimase sconvolta, nessuno sapeva più che fare con questo leone.
In mezzo alla folla prese la parola il Professorgransapientetuttologo Luigi Luigio, detto anche Gigio, laureato a Milano dove vanno tutti piano.
“Miei cari concittadini” -disse-” I leoni , si sa, son delle gran brutte bestie! Pertanto, d’ora in poi, a tutti è proibito andare nel pioppeto fino a quando non avremo ammazzato quel quadrupede selvaggio!”
A questo discorso si aggiunse anche quello di un altro illustre concittadino, e precisamente del Dottorespertofilosofo Astolfo Sotutt’io, detto anche lo Zio, laureato a Parigi dove i cieli son grigi.
” Mi unisco alle parole del mio collega”- disse- ” e vi ricordo che in questo periodo abbiamo ben altro a cui pensare nel nostro paese, come ad esempio le elezioni per il nuovo sindaco”.
Dovete infatti sapere, miei cari amici bambini, che proprio in quei giorni nel paese di Pegognaga si eleggeva il nuovo sindaco e che i due candidati a questa importante carica erano prorpio il Professorgansapientetuttologo Luigi Luigio, detto anche Gigio, ed il Dottorespertofilosofo Astolfo Sotutt’io, detto anche lo Zio e dovete anche sapere che a questi due non andava proprio giù che nel paese si parlasse di qualcun altro che non fossero loro.
Nel paese però la notizia del leone parlante aveva fatto davvero colpo e, di nascosto dalle orecchie di quei due invidiosi, ogni abitante di Pegognaga ne parlava.
Piano piano poi alcune persone, una alla volta e di nascosto, iniziarono ad andare a far visita al leone per parlargli.
Con lui si parlava di tutto: lui spiegava il senso delle cose,  ti insegnava come andava il mondo, dava anche dei consigli a chi glieli chiedeva.
A Battista il dentista insegnava come estrarre un molare senza far male al paziente, a Renato l’innamorato come fare la dichiarazione d’amore a Rosina, ad Adriano il guardiano come non far scappare i polli dal pollaio, a Giovannino il contadino come piantare le patate e farle crescere bene, e così via.
Ogni sera un abitante del paese andava dal leone a farsi consigliare in ciò che gli stava a cuore.
Ben presto la notizia fece il giro anche dei paesi vicini ed da ogni parte arrivava gente in gran segreto per parlare con il saggio leone.
Non vi dico la rabbia di Luigi Luigio detto anche Gigio e di Astolfo Sotutt’io  detto anche lo Zio, quando vennero a sapere che ormai la gente pensava solo al leone e quasi non si ricordava più di loro.
Andarono su tutte, ma proprio tutte, le furie!
Andarono allora da Giovannino il ragazzo contadino e gli chiesero:
“E’ vero che la gente di questo paese non parla d’altro che di quel maledetto leone?”.
Lui rispose:
“Del leone ne parlano tutti:
ne parlano a Pegognaga dove chi rompe paga,
ne parlano a Galvagnina dove al mattino c’è sempre la brina,
ne parlano a Quistello dove ci abita mio fratello,
ne parlano a San Benedetto e quello che sapevo io ve l’ho detto!”
I due invidiosi decisero allora di fare la guardia personalmente al pioppeto e di impedire con la forza le visite della gente al leone.
Per tre giorni più nessuno si vide al pioppeto.
Finalmente arrivò il giorno delle elezioni del nuovo sindaco ed ogni abitante di Pegognaga votò chi riteneva più giusto per guidare il Paese.
La sera, in piazza, vennero dati i risultati delle votazioni.
All’altoparlante una voce solenne disse:
“Ecco il risultato delle elezioni per il nuovo sindaco di Pegognaga:
_candidato Professorgransapientetuttologo Luigi Luigio detto anche Gigio:voti 0
_candidato Dotttorespertofilosofo Astolfo Sotutt’io detto anche lo Zio:voti 0
_Il leone del pioppeto:voti 1500”

Tutti gli abitanti del paese avevano votato per il leone del pioppeto perché, stufi di quei due sapientoni, volevano che il sindaco fosse qualcuno di veramente saggio e al servizio della gente.
Tutti quanti scoppiarono in un enorme grido di gioia, mentre i due invidiosi scoppiarono in pianti e singhiozzi tanto che riempirono di lacrime quattro secchi e due bacinelle.
Uomini, donne, bambini ed anziani corsero al pioppeto e portarono in trionfo il leone fino al municipio, che da allora diventò la sua nuova casa.
Il saggio leone fu da allora il miglior sindaco che si potesse desiderare: giusto, onesto e comprensivo.
Tutti quanti lo ascoltavano volentieri e lui prendeva le decisioni più giuste. Tanto che ancora oggi tutti lo ricordano, anche se nessuno lo dice, e da allora, naturalmente, ciascuno visse contento e felice.
Così si conclude questa strana storia vera, questa vera storia strana.

La Sorpresa

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SIGNORI BAMBINI, SIGNORE BAMBINE….
UN MOMENTO DI PAZIENZA ABBIATE ANCORA PER FAVORE
BEN SARA’ RICOMPENSATA QUESTA VOSTRA LUNGA ATTESA
UNA STORIA DI MAGIA VI VOGLIAMO RACCONTARE
E ALLA FINE AD ASPETTARVI TROVERETE UNA SORPRESA.
Immaginate un bambino dalle orecchie un poco grandi, ma non troppo, non giganti. Immaginate un nasone a patata ed i capelli color… dell’aranciata.
Immaginate una faccia da bimbo sveglio, anzi meglio un viso tutto tondo: questa era proprio la faccia di Edmondo!
Anni fa a Polesine, nella bassa Mantovana, abitava Edmondo con sua mamma Silvana.
Tutto il giorno nella piazza, che non era come adesso, Edmondo giocava con un cane ed il suo osso.
Un giorno però a Edmondo venne l’influenza ed a lungo stette a letto portando un poco di pazienza.
A letto tutto il giorno Edmondo si annoiava spesso senza più il sua amico cane, senza più la piazza e l’osso. La mamma un giorno per consolazione gli insegnò come si fanno le bolle di sapone.
Da quel momento Edmondo fece bolle in continuazione e col tempo e la pazienza divenne proprio un gran campione.
Un giorno addirittura soffiando forte a più non posso provate voi ad immaginare cosa può essere successo?
Quando le bolle volavano via, scoppiando facevano una magia.
Da una bolla nasceva un panettone, da un’altra il pezzo di un termosifone. Da una bolla grande nasceva la pioggia, un’altra spernacchiava come una scoreggia.
Bolle rosse come il sole d’agosto, bolle che diventavano un bel pollo arrosto.
Una volta guarito Edmondo girava per Polesine tutto a fare bolle, colori e magie con il botto.
Ad ogni bolla una magia nuova e mentre soffiava Edmondo diceva:
SOFFIO UN POCHINO, SOFFIO PER BENE
FACCIO UNA BOLLA CON IL SAPONE
GUARDA CHE GROSSA CHE E ‘ MAMMA MIA
SCOPPIA LA BOLLA ED AVRAI UNA MAGIA
Tutti gli altri bambini gli andavano appresso per veder che magia avrebbe fatto mai adesso. Anche nonni e genitori, chiunque ormai lo seguiva, lui faceva le bolle ed intanto diceva:
SOFFIO UN POCHINO, SOFFIO PER BENE
FACCIO UNA BOLLA CON IL SAPONE
GUARDA CHE GROSSA CHE E ‘ MAMMA MIA
SCOPPIA LA BOLLA ED AVRAI UNA MAGIA
Bolle grandi, piccine, silenziose, coi botti, per bambini e per grandi, c’eran bolle per tutti.
Ogni bolla leggera che volava via scoppiando faceva una nuova magia.
Dalla bolla di Gianni usciva un attaccapanni, dalla bolla di Alice una risata felice, dalla bolla di Eustacchio una barba col pennacchio, da quella del signor Cantadori uscivano cento e poi mille colori!
Ad ogni bolla diversa una sorpresa nuova ed Edmondo contento ogni volta diceva:
SOFFIO UN POCHINO, SOFFIO PER BENE
FACCIO UNA BOLLA CON IL SAPONE
GUARDA CHE GROSSA CHE E ‘ MAMMA MIA
SCOPPIA LA BOLLA ED AVRAI UNA MAGIA
Un giorno però da un paese lontano arrivò un gran gigante con la forchetta in mano.
Il gigante disse forte a tutte quante le persone: “Io questo bel paese me lo mangio in un boccone!!!”
Tutta quella brava gente scappò in ogni direzione per paura che il gigante la mangiasse a colazione.
Quel bestione di un gigante male non voleva fare ma una grande fame aveva e non sapeva che mangiare.
Arrivò allora Edmondo con un secchio nella mano e disse forte a quel gigante che veniva da lontano:
“Io lo che tu sei buono e che hai soltanto molta fame, ed è per questo che a te in dono darò una bolla di sapone”
Edmondo prese fiato e a soffiare iniziò e facendo una gran bolla questa frase pronunciò:
SOFFIO UN POCHINO, SOFFIO PER BENE
FACCIO UNA BOLLA CON IL SAPONE
GUARDA CHE GROSSA CHE E ‘ MAMMA MIA
SCOPPIA LA BOLLA ED AVRAI UNA MAGIA
Uscì fuori una gran bolla, la più grande che c’è, e al suo scoppio apparve un pranzetto da re.
Un mare di spaghetti con il pomodoro, mille polli in salmì e centoventi salami, acqua e vino in calici d’oro, dolci e paste alla crema da riempirsene le mani.
Il gigante contento mangiò in abbondanza a alla fine del pasto disse con riconoscenza.
“Mio piccolo caro buonissimo amico, la mia vita hai salvato ed ora questo ti dico: d’ora in avanti ti sarò debitore e te ed il tuo paese starò qui ad aiutare”.
Da quel giorno il gigante abitò nel paese ed aiutò tutti quanti in tantissime cose: aiutava i muratori a costruire i palazzi, aiutava i contadini nel pulire le stalle, giocava coi bimbi e con i ragazzi e con loro guardava Edmondo fare le bolle.
Ed ogni sera nella piazza ognuno si sedeva ed Edmondo soffiava ed intanto diceva:
SOFFIO UN POCHINO, SOFFIO PER BENE
FACCIO UNA BOLLA CON IL SAPONE
GUARDA CHE GROSSA CHE E ‘ MAMMA MIA
SCOPPIA LA BOLLA ED AVRAI UNA MAGIA
E con questa magia e con questa sorpresa siamo giunti nella storia al momento della fine, appena resta a noi il tempo per un sorriso, un saluto, ed una bolla di sapone.
FINE